Centinaia di oggetti. Più di venti film. Installazioni interattive, fotografie, suono e storie. Dare vita a Freddie in una mostra non poteva essere semplice. Dietro ogni vetrina ci sono anni di lavoro, decine di persone e un’idea guida: il cambiamento. Nessuno conosce questo percorso meglio del curatore di Freddie – The Exhibition, Vazul Endre Mándli. Nell’intervista qui sotto ci porta dietro le quinte del progetto. Per rendere la lettura più agevole, abbiamo diviso l’intervista in tre parti: riflessioni personali, come è nata la mostra e visitare la mostra.
Riflessioni personali
Se dovesse descrivere la nascita di questa mostra in tre parole, quali sarebbero?
Me la cavo con cinque: l’unica costante è il cambiamento.
Di quale dettaglio della mostra va più fiero?
Della partecipazione e del sostegno delle persone che hanno lavorato e vissuto con Freddie. Sono loro a dare credibilità a tutto quello che raccontiamo. La loro fiducia e la disponibilità a condividere le proprie esperienze hanno reso questo progetto davvero autentico.
Era un fan dei Queen prima di questo progetto? Il suo modo di vedere Freddie è cambiato lungo la strada?
Mia sorella, che ha otto anni più di me e mi ha praticamente cresciuto, era iscritta al fan club dei Queen. Non avevo scelta: ho ascoltato i Queen di continuo, molto prima di cominciare a suonare. Poi sono diventato musicista, ed è stato solo lavorando a questa mostra che ho capito quanto i Queen avessero influenzato la mia musica. Quindi sì, ero decisamente un fan, anche se non me ne rendevo conto.
Foto: Eduard Goričev/World of Freddie
Come è nata la mostra
Quando si pensa a una mostra si pensa quasi sempre solo ai curatori. Chi altro ha reso possibile questo progetto?
Sul piano creativo lavoriamo dall’inizio a stretto contatto con gli architetti e con il nostro grafico. La struttura fisica della mostra e la sua identità visiva sono opera loro. Citerei anche il nostro reparto di produzione, che ha realizzato più di venti video, in sostanza dei corti documentari, e le squadre dell’audiovisivo e della programmazione interattiva, che hanno dato vita alle installazioni.
Poi c’è la squadra di allestimento, che ha passato cinque mesi filati negli spazi della mostra a costruire pareti, installazioni, cablaggi, pitture e stampe. Accanto a tutto questo c’erano infiniti altri compiti: scrivere, rileggere, tradurre e impaginare i testi, registrare le voci narranti, progettare e posizionare gli oggetti, mettere a punto la luce. L’elenco non finisce mai.
Che cosa ha richiesto più tempo: la ricerca, la progettazione, la logistica, la scrittura o l’allestimento?
La progettazione, senza dubbio. Vista la complessità della mostra ci serviva un piano di realizzazione dettagliatissimo prima di poter bandire la gara pubblica. Ogni chiodo e ogni cavo andavano definiti al millimetro, insieme a planimetrie e progetti 3D. Poi certo, quando parte il cantiere arrivano sempre imprevisti che nessuno poteva calcolare.
Quale parte del progetto è stata la più difficile da realizzare?
Ogni fase ha i suoi punti critici, ma la progettazione è stata particolarmente impegnativa. Ogni dettaglio va fissato prima che cominci il cantiere. Un errore in quella fase si ripercuote su tutto il resto: ritardi, oppure soluzioni che si pagano fino alla fine.
Che cosa si è rivelato molto più difficile del previsto?
La progettazione è diventata più impegnativa perché al progetto si sono aggiunti sempre più colleghi e amici di Freddie, con la voglia di portare il loro punto di vista e quello che sapevano. È stato bellissimo, ma ogni nuovo dettaglio poteva ridisegnare la drammaturgia della mostra.
Per esempio, poter intervistare i vecchi compagni di scuola di Freddie, come Tim Staffell, e i musicisti con cui suonava prima dei Queen, come Chris Chesney, è stato straordinario. Ma ha anche significato ripensare e adattare i piani per far posto a quel materiale nuovo.
C’è stato qualcosa da rifare completamente lungo il percorso?
Sì, assolutamente. La mostra è cambiata di continuo, man mano che arrivavano persone, storie e materiali nuovi. La sfida è stata restare abbastanza flessibili da integrare quelle scoperte senza perdere il filo del racconto.
Ci sono oggetti che si sono rivelati più importanti di quanto pensasse all’inizio?
Sicuramente. Si sono aggiunti sempre più collezionisti, che hanno offerto con generosità pezzi molto personali delle loro raccolte. Ogni oggetto è arrivato con la sua storia, e quelle storie sono entrate naturalmente nella drammaturgia della mostra.
Foto: Eduard Goričev/World of Freddie
Visitare la mostra
Che ruolo ha avuto il progetto visivo nel raccontare la storia di Freddie?
Il design è uno degli strumenti narrativi più importanti. Il gruppo curatoriale ha lavorato con il grafico e con gli architetti fin dal primo momento. È quel nucleo di curatori, architetti e grafici ad aver dato forma alla mostra insieme. Ogni disciplina influenza le altre, e il risultato finale è una collaborazione davvero intrecciata.
Come si è sentito quando la mostra ha finalmente aperto?
È stato il progetto più complesso e uno dei più lunghi a cui abbia mai lavorato. Più di ogni altra cosa ho provato sollievo… e una soddisfazione enorme.
Se potesse conservare una sola parte della mostra, quale sarebbe?
Senza esitare, il Closing Chapter. È un percorso sonoro narrato da Peter Freestone, che racconta i ricordi delle ultime settimane, degli ultimi giorni e degli ultimi mesi di Freddie. Attraversare un labirinto di lunghe tende semitrasparenti con intorno soltanto la voce di Peter e la musica è un’esperienza intima, pura, fragilissima. È anche la parte della mostra a cui mi sento più legato. Pur essendo la sezione più semplice e più essenziale, è quella con l’impatto emotivo più forte: molti visitatori arrivano in fondo trattenendo le lacrime.
Foto: Eduard Goričev/World of Freddie
C’è una sezione a cui spera che i visitatori dedichino più tempo?
Spero che guardino tutti i video. Le interviste che abbiamo fatto ai colleghi e agli amici di Freddie non hanno prezzo. Insieme agli oggetti originali sono quello che rende autentica la mostra.
C’è qualcosa che i visitatori rischiano di perdersi e che invece non dovrebbero?
È impossibile assorbire tutto in una sola visita, la mostra è ricchissima. Ci sono più di 500 pezzi originali, raccolte digitali, una dozzina di installazioni interattive, oltre venti film prodotti apposta, più di 250 fotografie, un racconto sonoro e testi ampi scritti nell’ottica della storia della musica.
Ognuno troverà il proprio percorso… e sinceramente credo che serva tornare due o tre volte per viverla davvero tutta.
Foto: Eduard Goričev/World of Freddie
Più di una mostra
Per molti versi questa mostra somiglia a Freddie. È stratificata, emotiva, giocosa e in continuo movimento. Mette insieme lo spettacolo e l’intimità, i momenti grandiosi e le storie private.
Forse è per questo che una risposta resta in testa a lungo dopo aver letto l’intervista:
«L’unica costante è il cambiamento.»
Dietro ogni oggetto e ogni sala c’è un processo che non si è mai fermato, costruito da moltissime persone con lo stesso obiettivo: non limitarsi a raccontare la storia di Freddie, ma far sentire a chi entra, per qualche ora, di essere entrato nel suo mondo.
Con World of Freddie vi avvicinate molto di più: non solo alla leggenda, ma all’uomo dietro tutto questo.
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